La cooperazione in un mondo di competizione

Il mercato domina le relazioni tra persone, tra organizzazioni e tra stati, o almeno, lo fa nel 90 per cento dei casi.

In un mondo di scarsità, non nel senso di indisponibilità ma di disponibilità finita, il successo di un attore implica l’insuccesso (o un successo minore) di un altro attore. Il mercato, per se ipse, decide chi deve vincere e chi deve soccombere. Per anni si è ovviato al problema seguendo la divisione del lavoro teorizzata da Smith, ed ancora oggi, paesi e organizzazioni si specializzano a fare ciò che possono fare meglio e lasciano fare il resto ad altri.

Ma in un mondo, quello di oggi, in cui ognuno si propone di fare tutto, di entrare in competizione con chiunque, la battaglia si fa più accesa. Niente da dire a riguardo; questa competitività naturalmente stimola il genio dell’essere umano che porta, indubbiamente, a successi umani. Certo però, non ci sono più i Leonardo che studiavano, inventavano e sperimentavano per il solo gusto di farlo; oggi il genio è più democratizzato, più impersonale, più avido e porta a output più diversificati.

Dato che tutto è governato dal mercato, la cooperazione internazionale, intesa come quella serie di attività a scopo socialmente utile e prive di profitto aziendale, segue le stesse regole. Le organizzazioni di cooperazione vendono di per sé prodotti come lo fa qualsiasi azienda. È utile puntualizzare che gli strumenti di progettazione e di project management nell’ambito della cooperazione (internazionale, nazionale ecc) possono essere gli stessi della progettazione aziendale (RBM). Ogni prodotto, che sia di consumo o che sia un servizio, viene pensato, progettato, confezionato, presentato e venduto (con servizio post-vendita). In questo processo ricadono anche i prodotti della cooperazione: le attività a scopo socialmente utile.

Ora, quando si parla di cooperazione internazionale (soprattutto non governativa) si parla di no-profit. No-profit non significa di per sé che l’organizzazione non crei utili, bensì che questi non vengano divisi tra i componenti (dividendi) ma reinvestiti nella struttura o mission. Generalmente infatti il profitto è ciò che copre i costi di gestione e di struttura, mediamente il 7-14% (ben al di sotto comunque del lucro di un’azienda, 20-30%). Ogni organizzazione quindi dovrà vendere il proprio prodotto per poter esistere; spesso quindi la mission si confonde tra la sopravvivenza e lo scopo sociale al punto che, talvolta, cosa sia in funzione di cosa non è chiaramente definito. Questo porta l’organizzazione, tra le altre cose, ad avere un’attenzione per lo più orientata al progetto piuttosto che al beneficiario, ma questo è un altro discorso.

Una volta che un’organizzazione ha confezionato il proprio prodotto, lo deve vendere. Naturalmente, non lo progetta di solito prima di aver analizzato il mercato e quindi i possibili compratori. La vendita funziona un po’ come un’asta pubblica: ci sono dei fondi disponibili per una determinata attività, chi dimostra di essere più efficiente e capace solitamente concorre alla vincita. Il prodotto/servizio quindi viene venduto al donor che pubblicizza fondi immediatamente intercettati dallo scouting della cooperazione. Frequentemente è una gara, corsa in solitudine o meno, in cui chi arriva primo, vince, mentre tutti gli altri perdono dovendosi assumere tutti i costi di progettazione sostenuti. Di solito, soprattutto per importi cospicui, il donor non paga il prodotto tutto in una volta, ma via via che il servizio è fornito e gli obiettivi parziali sono raggiunti da parte dell’organizzazione. Anche il donor persegue degli scopi, spesso al di là del puro altruismo; ma questo aprirebbe un’argomentazione infinita.

In economia esiste un termine, coopetizione, che cerca di inquadrare tutte quelle azioni intraprese dalle aziende per condividere i costi di progettazione per un interesse comune. Coopetizione, come si può ben intendere è una sincrasi tra la parola cooperazione e quella competizione. Non è di per sé un neologismo, visto che fu inventata più di cento anni fa. Il concetto è parecchio semplice: due o più aziende condividono i costi di progettazione per creare un prodotto da vendere poi separatamente. Diversamente dalle organizzazioni senza lucro, abitualmente le aziende vendono il proprio prodotto su mercati diversi. Gli esempi sono molti: le case automobilistiche condividono motori o carrozzerie per vendere auto in paesi separati (Seat-Fiat, Opel-Chevrolet); le stesse case tecnologiche vendono prodotti pressoché identici su mercati o fasce di mercato diverse.

Il più grave handicap della coopetizione nel settore della cooperazione è che non esistono mercati diversi. Di solito le organizzazioni di cooperazione affollano tutte nello stesso momento gli stessi paesi per le stesse attività. Sono poco specializzate e tendono a voler fare tutto o a proporsi di fare qualsiasi cosa, sempre nell’ottica della sopravvivenza, tentando di stabilire partenariati e convenzioni ad excludendum. Tralasciando le grandi organizzazioni ultrasettoriali, quella moltitudine di medie e piccole ONG annaspa sulla scarsità di risorse, qui scarse sì inteso come poche e finite. Non condividere ad esempio analisi di terreno, dati statistici ecc, se non condividendo i costi, è la regola. E questo non scandalizzerebbe nessuno se non si trattasse di cooperazione per l’utilità sociale. La competizione tra queste organizzazioni è così profonda che nemmeno le informazioni (di dominio e utilità pubblica) vengono condivise o pubblicizzate se non previsto dalle attività di progetto. Pare quindi tanto paradossale quanto vero che all’interno del mondo della cooperazione, non esista cooperazione anzi, la competizione sia ancor più accesa che tra soggetti a scopo di lucro; questo è ancora più accentuato quando il mercato su cui presentare il prodotto è lo stesso.

Ma c’è sempre qualcuno che paga il costo opportunità di questa s-cooperazione. Al di là di quelle ONG costrette a soccombere, a cambiare paese o a ridurre attività e settori di intervento, sono i potenziali beneficiari quelli a cui viene addossato tale costo, con indubbio spreco comune.

Questa non vuole certo essere una condanna per l’esimio lavoro portato avanti dalle organizzazioni di cooperazione; piuttosto esprime la necessità di una maggiore attenzione sui meccanismi troppo competitivi all’interno della rete degli autori della cooperazione.

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2 commenti

  1. Ma se la democrazia, come dice la Costituzione all art.41, deve garantire sicurezza, combattere la poverta, favorire la liberta, ecc ecc una tale visione non orienta certamente in questo senso. Nella logica della competizione si va infatti avanti solo se c e chi rimane indietro mentre in una logica di cooperazione si va avanti nell interesse che tutti vadano avanti !

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