Lugares comunes

Justice selon quelqu'unDifficile confutare un luogo comune. È un lavoro enorme smontare, disarmare o disintegrare pre-concetti, pre-giudizi, con i quali siamo cresciuti, con i quali abbiamo studiato, vissuto le nostre relazioni, abbracciato forme di pensiero. Siamo nati e cresciuti all’interno di un brodo che ci ha bollito per tutta la nostra vita e ora non siamo più capaci di dissociarci da esso. Noi, ed intendo noi persone dalla cultura occidentale, crediamo a cose senza capirle, senza studiarle, senza analizzarle e sperimentarle. E viviamo di luoghi comuni, di frasi fatte e di idee stereotipate. Viviamo di risposte senza esserci mai posti le domande.

Un esempio tra tutti, la democrazia e il diritto.

E’ un luogo comune, una leggenda metropolitana il fatto che il sistema politico ed economico in cui viviamo sia effettivamente la migliore prospettiva possibile. Ce ne dovremmo rendere conto ogni giorno di più in questi tempi di difficoltà e di disuguaglianza. Eppure, continuiamo a difenderlo con le unghie e coi denti, lo stesso sistema che ci sta consumando, che ci porta al suicidio, all’omicidio, al crimine, alla disperazione, alla fuga ed allo sconforto. Ci diamo troppe colpe in qualità di cittadini; forse siamo più soggetti di altri paesi alle esternalità negative del sistema ma tutto ciò è inevitabile in una realtà in cui il primo che arriva vince e tutti gli altri perdono.

Ci sentiamo democratici perché andiamo a votare. Crediamo che ciò faccia la differenza quando le decisioni che contano, le politiche economiche, tutto ciò che guida un paese è deciso attorno ai tavolini dei bar, dei ristoranti, magari fumando un bel sigaro e bevendo un buon cognac. NON in Parlamento. In Parlamento arrivano le politiche già impacchettate, già sdoganate dai gruppi di pressione, dalle grandi corporations, dalla mafia; insomma, dai potenti. I potenti non sono quelli seduti in Parlamento. Quelli sono dei burattini. Rispondono ad indicazioni che gli vengono da più in alto; più in alto del governo. E cosa c’è di più alto di un governo in una Democrazia Occidentale? Qual è quella cosa capace di dettare le sorti di un paese? Chi è questo Leviatano?

E’ il mercato.

Nel mercato non ci si scambiano solo beni. Si scambiano interessi con favori, politiche con tangenti, persone con oggetti, dignità con disumanità. Tutto è prezzato nelle nostre democrazie. Tutto si può comprare. Anche le politiche, l’orientamento delle policies. Il mercato è la nostra democrazia; da questo essa non è dissociabile.

Tutto è merce.

E noi difendiamo questo stesso sistema. Siamo stati educati a farlo. Lo facciamo ogniqualvolta votiamo; ogni volta che ci affidiamo ad un rappresentante; ogni volta che accettiamo di credere a un giornale, ad un telegiornale alle fandonie che ci raccontano. Il sistema è sostenuto dal mercato e per il mercato. I governi cadono se al mercato non vanno bene. E quando si parla di mercato, non si intende quello ortofrutticolo del nostro borgo…

Ci siamo dentro e non lo sappiamo; non siamo consapevoli di noi stessi, delle nostre relazioni, di ciò che le guida. Ci hanno sedotto, hanno corrotto il nostro spirito riempiendolo di pretese materiali. La paura stessa di restare senza ci fa accumulare cose. Soddisfiamo puntualmente la necessità di avere ma non di essere; se non di essere più bravi, più belli, più professionisti, più richiesti, più commentati, più visualizzati, più ammirati, stimati, desiderati, fotografati, taggati, più presenti e rintracciabili, più social: elementi stessi di cui si alimenta il mercato. E ci agghindiamo come degli alberi di Natale. Ci mettiamo in vetrina sperando che qualcuno ci compri, o almeno, ci desideri.

Ci siamo dentro e non sappiamo, non sappiamo che esistono alternative; alternative nelle quali le priorità sono altre, sono umane, sono dignitose. Ma quando lo capiremo? Come faremo a ragionare con concetti alieni se non li possediamo?

Crediamo di vivere in un mondo in cui il diritto della persona è rispettato; ognuno di noi dovrebbe appendere in camera sua la lista dei diritti umani riconosciuti universalmente. Segnare quelli che effettivamente, nell’effettività delle cose, sono rispettati. Le domande ci fanno progredire, non le risposte. I problemi stimolano l’ingegno, non le soluzioni. Domandiamoci, senza paura, senza il timore di essere tacciati di essere diversi, scomodi o “fuori luogo (comune)”. Domandiamoci sui diritti inalienabili della persona, e non dell’individuo, ripeto: della persona.

Diritto alla Vita; all’uguaglianza, alla tutela legale, alla casa, alla famiglia, all’educazione, alla salute, ad essere liberi di muoversi, di conoscere, di pensare…

Non voglio dare risposte, ma le domande, quelle sì. Dobbiamo avere davanti agli occhi un punto di domanda grande come una casa, dobbiamo oscurare le risposte che ci dànno, con le quali ci narcotizzano. E quando ci saremo svegliati forse la nostra democrazia ci starà stretta ed altri sistemi, altre soluzioni sociali ci parranno più giuste. E saranno proprio quelle che ci hanno sempre nascosto, denigrato; proprio quelle in cui non c’è posto per loro.

Avremo finalmente una soluzione, una risposta alle domande, ai problemi che fino a ieri pensavamo di aver già risolto.

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